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Viaggio, libertà e cultura

Quando finisce il viaggio: le fasi del rientro di Luisa Schembri

la fine del viaggio di luisa

La fine di un lungo viaggio o di una vacanza ricca di coinvolgimenti emotivi costituisce una tappa fondamentale, un percorso interiore di metabolizzazione che destabilizzandoci unisce il più sensibile dei sentimentalisti al più accanito dei fan di Vittorio Sgarbi. Almeno per qualche ora.
E’ il momento del bilancio a caldo di un’esperienza giunta al suo termine, un micro-viaggio a tutti gli effetti, che non si esaurisce nel momento in cui cominci a disfare i bagagli, ma in maniera più o meno latente continua, progredisce e dentro la nostra mente si scava lentamente il suo tunnel, fino a sgorgare in un punto preciso, dove si innesterà fonte inesauribile di malinconia e risate.

Le fasi del rientro sono grosso modo le stesse per tutti, c’è chi le sente più intensamente, chi vive tutto in maniera così confusionaria da farne un’accozzaglia di sensazioni e passaggi da percorrere a passo svelto, chi non ammetterà mai di aver sofferto, e chi proprio nel volo di ritorno vince dodicimila euro comprando un carnet da dieci gratta e vinci

Luisa racconta la fine di un viaggio in tre fasi:

1. Saluti

Ogni viaggio porta con sé infinite opportunità di conoscere nuove persone con cui condividere i momenti significativi dell’esperienza e che dovrai ad un certo punto del percorso almeno fisicamente abbandonare.

Il legame che si instaura fuori dal proprio contesto abituale è spesso più vero di quello che normalmente almeno a primo impatto instauriamo con i nostri concittadini, colleghi, compagni o quant’altro. Si tratta di legami che si basano solo ed esclusivamente sull’incontro di due personalità nude: non si sa da che “ambiente” provenga l’altro, è difficile a primo impatto lasciarsi “guidare” da uno specifico pregiudizio; quella persona è lì, è un individuo fuori dal nostro raggio di conoscenze: sarà con noi quello che lei deciderà di essere e questo la qualificherà per quello che davvero è.

Il momento del distacco fisico da un rapporto così “interiorizzato” può essere tanto lacerante da aprire in noi veri e propri scenari alla Pearl Harbor circa le infinite possibilità che in futuro ci si possa ricongiungere: dal più banale “mi verrai a trovare”, al “troveremo lavoro nella stessa città” o “andremo a salvare balene insieme in Antartide” -o ancora- “ci ritroveremo nello stesso campo profughi durante la terza guerra mondiale” e così via.

2. Il viaggio

L’ultimo giorno ti alzi, provi a riconoscerti allo specchio e tutto ciò che vedi è l’incrocio tra il leone e la gazzella; allora ti ricordi che devi correre a stampare il check in, ma riacquistando lucidità un magone ti prende lo stomaco. Realizzi che è finita e trattenere le lacrime è dura: tu sei un sensibile vegano e quella leggenda africana ti spezza da sempre il cuore.
Se c’è tempo si danno le ultime “seimila” occhiate in giro controllando di non dimenticare nulla, e cercando inconsciamente di imprimere nella mente ogni singolo angolo di quella che è stata la tua casa; i più temerari partono al motto di “ormai è andata, l’importante è che ci sia io”.

Ma la vera ossessione sono i documenti: anche quando hai tutto in mano, dentro te sai che potresti aver sbagliato qualcosa perché la burocrazia non perdona e la disconnessione dei neuroni è un processo irreversibile.
Fino al momento di salire sull’ultimo mezzo sai che dovrai controllare che tutto sia presente, integro, ben custodito ma a portata di mano, controllabile al tatto ma a prova di sbadataggine, chiuso ermeticamente e facile da prendere.

3. Arrivo  (a.k.a. schizofrenia generale)

Mentre sei immerso in questo stato semi-cosciente che è tutto un dormire, viaggiare con la mente, singhiozzare, rispondere a messaggi strappalacrime e tentare di tenere insieme i pezzi della tua condizione psicofisica, ecco che giungi a destinazione e mentre cerchi di articolare un saluto decente in una lingua umanamente comprensibile hai già sei teglie di pasta al forno in mano, un’arancina in bocca, il gatto/cane/pappagallo/cugino seduto sulla spalla, il bagaglio disfatto sul letto, la madre in lacrime, 45 chiamate perse, 3 inviti ad erasmus party della tua città, 26 post umilianti da approvare su facebook e un solo vero desiderio che non lascia più spazio a nessun genere di malinconia: andare in bagno nuovamente a casa tua.

 

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